Materials Matter16.10.26
Dallo spazio allo sportswear
La vera performance è anche di stile
La vera performance è anche di stile
Seduti al tavolo della cucina mentre sorseggiamo un caffè bollente, in attesa alla banchina della metro, in auto, sotto la doccia, nelle nostre passeggiate, corse, a volte anche in ufficio.
Insomma a casa, fuori casa, fermi o in movimento, ovunque e a qualsiasi ora. Dentro routine profondamente diverse, c’è un elemento che ci unisce tutti oltre alla foschia ottobrina: il podcast, compagno fedelissimo della nostra quotidianità. La domanda di oggi non è perché siamo diventati addicted alle storie raccontate da altri, ma quale altra storia ci stia provando a raccontare il fenomeno.
Il viaggio verso la verità di questo episodio è lunghissimo e a ritroso: ci tocca andare indietro di quasi 40 anni. 1987, NASA, un problema che non ha niente a che vedere con capsule in leghe di alluminio e titanio o potenziali danni ai circuiti: la mano di un astronauta, chiusa in un guanto, deve sopravvivere a pochi centimetri da un vuoto che passa dal rovente al glaciale senza la cortesia di una via di mezzo. Il problema (capirete) è tutt’altro che trascurabile e niente ha a che vedere con questioni di taglio o silhouette: per risolverlo servono pura chimica e acume ingegneristico – senza gravità e senza tempo per pensare al fitting. Nasce allora, tra un’escursione termica assassina e un budget federale, la consapevolezza che solo un’evoluzione dei materiali possa salvare la spedizione – o quantomeno l’integrità degli spediti. La rivoluzione arriva ed ha un nome: materiali a cambiamento di fase. In termini più semplici: capaci di assorbire e rilasciare calore proprio nel momento in cui temperatura e pressione variano, restituendo all’astronauta quella stabilità che la fisica del cosmo gli vuole negare. Non un rivestimento né un trucco di superficie, ma una proprietà che vive dentro la materia, nell’essenza del tessuto anziché sopra la pelle di chi lo indossa.
Ancora più sorprendente, la traiettoria che prendono quei materiali dopo quel guanto – una che nessun satellite sarebbe stato in grado di intercettare: tornano sulla Terra per allunare, nell’inconsapevolezza dei più, nei nostri moderni reparti sportswear.
Il dubbio ha iniziato a ronzarmi in testa qualche mese fa, di fronte alle foto di star come Zoë Kravitz e Harry Styles paparazzate con le cuffie col filo indosso – subito seguite dai Gen Z (la generazione che, insieme ai Millennial, ascolta podcast con maggiore frequenza: oltre il 50% dei giovani tra i 13 e i 25 anni lo fa mensilmente, settimanalmente o addirittura ogni giorno), che ne hanno fatto l’accessorio più cool della loro estate. Che non fosse solo l’ennesima scintilla di estetica hipster berlinese? Il ritorno in auge del collezionismo di vinili e il successo di remix di tracce iconiche degli anni passati – così diffuso da imporsi come uno dei trend più caldi della musica contemporanea – ci doveva già far venire qualche sospetto. A confermare la mia teoria che non si trattasse solo di una tendenza moda, il fatto non trascurabile che i più giovani includano tra le proprie fissazioni anche la cara vecchia pellicola a 35mm e un’ostinata devozione all’estetica Y2K – movimento culturale e visivo ispirato al fashion, al design e alla tecnologia di fine anni ’90 e inizio 2000. Il mio presentimento iniziava allora a diventare più chiaro: non è che stiamo provando a ricucire la maglia di una consistenza perduta?
Se la NASA del 1987 non poteva permettersi vanità perché aveva altro a cui pensare (tipo, salvare la pelle degli astronauti), oggi l’industria tessile è chiamata a un’altra missione ardua: colmare il vuoto rimasto tra la Luna e lo scaffale, a beneficio di runner e terrestri tutti.
Dimostrare che prestazioni ed estetica, finalmente, possono stringersi la mano è quindi il nuovo passo da compiere per trasformare la storia della NASA da un aneddoto da citare nei panel su LinkedIn a una risposta tessile concreta che offra allo sportwear le performance che merita anche in ambito di stile. Accettando (è il caso di dirlo) il guanto di sfida, Jersey Lomellina ha sviluppato B-Mélange – proposta evoluta che non pone la termoregolazione a finissaggio esterno (altro grande buco nero sul tema), ma la integra direttamente nella struttura del tessuto. Superficie tridimensionale, mano morbida e doppio piacere alla vista, grazie ad uno strato interno in cotone a tinta unita e ad uno strato esterno in poliammide dall’effetto mélange, rispondono ai codici del fashion contemporaneo. Bielasticità, extra-comfort, traspirabilità, ottima copertura e perfetta vestibilità, dal lato prestazioni, rassicurano i tecnici. Che sia proprio ritornando al nucleo della Terra, dove le temperature sono vicine a quelle della superficie del Sole ma le necessità sono – senza scusarcene – anche fieramente superficiali, che si compirà il nuovo passo verso il futuro?
La nuova meta è chiara: smettere di puntare a un’altra performance invisibile per raggiungere un’innovazione che si ricordi che anche la bellezza deve farsi prestazione.
La risposta alla domanda di oggi: forse la responsabilità estetica – prima ancora di chi indossa il capo – è innanzitutto di chi lo pensa, dimenticandosi troppo spesso di ritornare sul nostro pianeta per rispondere ai bisogni umani.