Materials Matter30.01.26

Dal nature responsible al nature mirroring

OGGI I MATERIALI PIÙ INNOVATIVI NON SOLO NASCONO DALLA NATURA: PUNTANO AD IMITARLA

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Hanno registrato il tutto esaurito fin dal loro debutto, il 21 dicembre scorso ed è stato praticamente impossibile per chiunque, anche chi li osservava a distanza dall’altra parte del feed Instagram, non finire a fissarli sbalordito col panettone in mano. Sto parlando dei massi giganti comparsi in Piazza Maggiore a Bologna, protagonisti dell’installazione “IWAGUMI – Dismisura”, firmata dallo studio australiano Eness: alti fino a 14 metri e riprodotti in 3D utilizzando un tessuto gonfiabile high-tech a partire da immagini di superfici granitiche ad altissima definizione.

Illuminati con cromie ispirate alle Dolomiti e accompagnati da un paesaggio sonoro che mescolava suoni naturali e composizioni musicali, questi megaliti – già esposti a Singapore, Melbourne e in Arabia Saudita – univano arte, tecnologia e luce in un’esperienza immersiva che aveva un obiettivo ben più ambizioso del solo stupore.

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L’invito dell’opera – seppellito sotto le montagne (è il caso di dirlo) di pareri discordanti che ha generato – era quello a una riflessione diversa. La stessa che sta trainando tutte le nuove conquiste della material science.

LE COLONNE D’ERCOLE DEI MATERIALI BIO-BASED

Sotto l’onda del “nature responsible” ci siamo finiti tutti: interdetti al supermercato davanti all’acidulato di umeboshi, in doccia alle prese con il nostro primo no-poo shampoo, a cena da amici con una bottiglia di vino biodinamico – senza sapere bene, ammettiamolo, neppure cosa significasse. Non vi è dubbio, non fraintendetemi, che sia stato un bene. Il mio punto è un altro. Mentre il “bio” entrava a far parte del nostro linguaggio quotidiano, per i laboratori di Ricerca e Sviluppo non era già più la priorità.

Non è un gossip lanciato da qualche utente annoiato su Reddit ma un insight che arriva da Frontiers, uno dei più autorevoli editori scientifici internazionali: oggi ingegneria strutturale, robotica, medicina e scienza dei materiali stanno incentrando l’innovazione attorno ai concetti di biomimetica e bio-ispirazione. A muoverli è una “nuova” consapevolezza: da oltre 460 milioni di anni le piante si evolvono in ambienti e condizioni climatiche instabili, adattandosi e imparando persino ad anticiparne le direzioni. In sintesi: possiedono un sapere che supera qualsiasi tecnologia. Sembra un’ovvietà ma l’essenziale, si sa, è invisibile agli occhi.

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La sola origine nature-based non basta più: oggi ciò che si tenta di replicare è la logica naturale.

INNOVAZIONI NATURALMENTE IMPOSSIBILI

Se credete di aver settato degli obiettivi 2026 troppo ambiziosi, consolatevi quindi pensando ai reparti R&D di tutto il mondo, che saranno chiamati a realizzare soluzioni in grado di reagire, adattarsi e performare tanto quanto la Natura.

Tra i settori di sperimentazione più interessanti si staglia l’architettura sostenibile: arriva dal Politecnico Federale di Zurigo un nuovo materiale da costruzione capace di assorbire anidride carbonica dall’aria attraverso un processo simile alla fotosintesi. Una vera rivoluzione nel mondo della bioedilizia, che punta non solo a ridurre le emissioni ma anche a rendere gli edifici parte attiva nella lotta al cambiamento climatico. Due strutture “albero” – ciascuna in grado di catturare fino a 18 kg di CO2 l’anno – sono già state esposte nel Padiglione Canada della Biennale di Architettura di Venezia 2025 e una terza alla Triennale di Milano.

A rincorrere la logica naturale è anche il mondo del colore, di cui una delle novità più entusiasmanti è “SO-COLORED”, presentata alla Milano Design Week dello scorso anno. Nata dalla collaborazione tra lo studio giapponese We+ e Algal Bio Co., l’iniziativa di ricerca esplora l’uso delle microalghe in polvere come fonte innovativa di pigmenti. Miscelate con una resina derivata dalla dammar indonesiana, permettono di realizzare un composto dalla finitura liscia e brillante, simile alla ceramica o al vetro, pronto ad offrire al mondo dell’arredo inedite possibilità cromatiche sostenibili.

LA MODA COME TERRENO FERTILE DI SPERIMENTAZIONE

E il Fashion, chiederete voi? Rappresenta, come sempre, il terreno fertile (ora, letteralmente) per testare nuovi immaginari materiali. Se la pelle ottenuta dagli scarti dell’industria vinicola ci aveva già fatto guardare con occhi diversi al nostro calice di Valpolicella Ripasso, oggi una delle novità più interessanti nasce da Oxman, azienda di design che fonde ingegneria progettuale e programmazione biologica. Si chiamano OZERO e sono scarpe che crescono e si decompongono proprio come gli ecosistemi. Coltivate in laboratorio, sono realizzate (o sarebbe meglio dire: si auto-generano) interamente in un polimero termoplastico prodotto da batteri.

Non si taglia, non si assembla: si lascia crescere. Che sia questo il futuro della manifattura?
La domanda di questo terzo articolo Trendroom – il camerino Jersey Lomellina aperto a ispirazione e riflessione, resta senza risposta. Ma una certezza c’è, ed è il vero messaggio dell’opera IWAGUMI di cui parlavamo all’inizio: l’uomo è piccolissimo al cospetto della Natura.

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